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Oggi vi racconto una storia...
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Quando, dopo cinquantadue anni, ho riattraversato Piazza Tasso e mi sono riaffacciata nello splendido Vallone dei Mulini il mio cuore ha smesso di battere per diversi secondi. Mille voci lontane e scomparse hanno riempito quegli istanti di silenzio mentre il mio sguardo ha attraversato il fondo del vecchio mulino, dai resti della segheria alle folte chiome delle Phillitis Vulgaris, dal lavatoio al letto del rivo, e poi su oltre la Rupe fino al riempimento che restituisce il rivo inghiottito abbascio o’llarg dove mi mandavi a recuperare Peppino quando non tornava da scuola. Ho alzato lo sguardo per cercare la nostra strada, la nostra casa, la nostra terra, ma ormai asfalto, cemento, colori che non conoscevo e che non puoi immaginare hanno nascosto la nostra città, la nostra infanzia, la nostra tarantella di purtualli lanciati nel rivo profondo e di crape e jalline spaventate da inseguire. Non ho saputo resistere. La mia storia era lì ad un passo. Ho avvisato con un messaggio Chloe ed Emily che mi stavano aspettando al Chiostro, see you later a Marina Grande, e mi sono incamminata lungo via Fuorimura, cercando con lo sguardo le colline e’ Miez o Mont dietro le case nuove di Santa Lucia e dell’Atigliana. Ncopp o’pont ho pensato quasi di tornare indietro, arò vac tutta sola alla mia età? Ma il profumo degli ulivi aggrappati alla storia sul terrazzo di tufo ‘e zì Giuannin e le voci di bambini ormai nonni che salutavano, dal fondo di un rivo ormai colmato, Vastiano e le sue capre, mi hanno fatto dimenticare i dolori alle ginocchia guidandomi fino al bivio con la via nuova per Casarlano. Con la mano al piccolo Peppino ho attraversato la strada, di fronte a me la confluenza del rivo ‘e Sant’Anna e di quello che scendeva ‘a copp San Biase. Che spettacolo il verde ordinato degli ultimi sopravvissuti testimoni del miracolo agricolo in fondo al vallone, che tristezza vederli nascosti tra le lamiere di un wrecker. Ho pensato che Peppino sarebbe impazzito un tempo davanti a quello spettacolo, sognando di poter smontare quelle little cars a grandezza reale. Mi sono incamminata a sinistra..., la salita per San Renato ancor più dura di un tempo, poi a destra dove i carretti che intasavano la via stretta fino a Cesarano ora sono automobili veloci che corrono decise senza immaginare la ricchezza di un tempo, le monetine, i cocci e le prete vecchie che raccoglievamo per gioco, tesori che non conoscevamo delle nostre origini millenarie. Davanti alla Chiesa di Santa Maria di Montevergine mi sono seduta su una vecchia panchina verdastra per riposare un po’ prima di tornare indietro a Sorrento, decisa a rientrare in tempo per il pranzo. Pensavo a come anche la chiesa fosse cambiata, la piazzetta ampliata, le case nuove intorno, la fontanella, i blocchetti rimpiazzati dal cemento, i tanti motorini rumorosi al posto delle grida delle vacche. Un colombo si è avvicinato e mi ha guardato curioso, niente da offrirgli, ho pensato che un tempo avrei avuto di certo del pane vecchio o delle briciole da qualche parte. Li avrei avuti in una Sorrento che non c’è più, una Sorrento paese prima che città. Un saltello sulla rete arrugginita e la testa giù rivolta verso il rivo, adesso ero io ad osservare curiosa lui, poi si è voltato, ha cinguettato qualcosa e si è lanciato in volo verso l’alto della chiesa. Seguendo il suo breve percorso ho incrociato finalmente le nostre colline, la nostra campagna, la nostra Surriento. Surriento era proprio lì in alto, davanti a me, come l’avevo sempre ricordata. Non nelle piazze, nei vicoli, nel mare nascosti dai palazzi alle mie spalle. Surriento resisteva nelle terrazze di agrumi, viti ed ulivi lungo i costoni del rivo, nei nespoli e nei ciliegi che mi separavano dall’Atigliana fin su a via Cala, nei noci maestosi, nei castagni dritti e sottili e nelle roverelle più in alto fino a Riviezzoli e Mezzomonte, nella schianata e nella roce del Picco Sant’Angelo. Ho aggirato la chiesa, ho preso per via Palomba e mi sono fermata un istante a riascoltare ciò che resta dell’acqua che una volta scorreva potente dall’alto delle nostre colline, rumoreggiando sulla pavimentazione del fondale e saltando giù dalle cascatelle artificiali realizzate per rallentarne la corsa. In piedi sul ponticello che ancora passa il rivo separando le vie per Baranica e San Biagio, ho sperato che qualche ranocchia o qualche topolino venisse a sfidare la vicinanza di case e motorini per salutarmi prima del mio rientro in albergo. Poi mi sono voltata e ti ho visto, mamma. Eri bella come solo tu sei stata. Sei sbucata dall’angolo di un giardino con in testa ‘o maccatur e ‘o zirro ro llatt, in mano ‘a spasella cu ll’ove fresch che scendevamo tutti i giorni miez port. Mi hai sorriso, mi hai dato un bacio sulla fronte e mi hai detto Andiamo a casa piccerella mia. Mi sono ritrovata a scostare un vecchio cancello socchiuso corroso dal tempo e a seguire nell’erba alta il sentiero che tagliava verso Mezzomonte attraverso il fondo Palomba. Profumi e colori erano quelli delle nostre passeggiate, dei nostri giochi, dei nostri sciavichielli nelle terre del padre di Rachelina. Queste ginocchia malandate potrebbero raccontarne di cadute, sciuliate e cicatrici cancellate da altri mondi e altri tempi. Bambina più di ieri ho rubato un’arancia verde ma succosa, l’ho aperta infilando le unghia nella buccia sottile, ho pulito le dita sulla mia gonna lunga un po’ retrò e mi sono goduta finalmente il primo vero assaggio della nostra terra. Calpestare le olive sfuggite alla prima raccolta e gli acini d’uva tardivi è stato un piacere per i miei piedi scalzi, liberati dai costosi sandali, nonostante il terribile prurito dell’ortica. Impossibile non perdersi in tanto verde spruzzato del primo rossiccio autunnale, su di me un cielo così azzurro tra le frasche degli ulivi da sembrare irreale. Poi in un angolo qualcosa che avevo completamente dimenticato, un alberello sottile nascosto dalle viti aggrappate ad un malconcio palo di castagno. Dei piccoli frutti rossicci, su di un esile ramo con corteccia grigia a chiazze bianche, nascosti da piccole foglioline seghettate. Non ho saputo resistere e da vera incosciente, ne ho strappato prima uno, poi un altro, poi un altro ancora senza sapere cosa stessi mangiando. Poi un’illuminazione improvvisa quando dopo oltre cinquant’anni quel profumo, quel sapore, sono arrivati fin dentro il mio cervello: sovere mamma, ‘e sovere che ci facevi raccogliere e conservare sotto la paglia prima di poterle usare per fare la marmellata. Che bontà. Persa in quel delirio di ricordi ed emozioni quasi non mi sono accorta che a pochi metri da me, aldilà di un lungo filare di piantine varie disposte con precisione su piccoli terrazzi di terra a formare un orticello multicolore, c’era una vecchia baracca in legno. Mi sono avvicinata con cautela, in fondo quasi non mi ero resa conto che la libertà di un tempo oggi si scontra anche qui con le regole della proprietà privata. Non ho fatto tempo ad avvicinarmi abbastanza da guardare all’interno che una donna della mia età ne è uscita con un cestino sotto braccio colmo di patate ancora sporche di terriccio. Le mani curate e il viso pulito mi hanno per un istante spiazzato, non era certo la persona che mi sarei aspettata d’incontrare in mezzo alle pezze dei discendenti di ‘on Salvatore Galano. Il ‘bonjour’ successivo mi ha definitivamente confusa, così come la richiesta di aiuto per sistemare il chiavistello della porta della baracca. Quella donna era meno contadina e meno proprietaria di me di quelle pezze. Al contrario, la signora Amélie, come poi ho scoperto chiamarsi dopo le successive presentazioni, ha individuato nei miei lineamenti corrotti da mezzo secolo negli States quei tratti di sopravvissuta italiana sorrentinità che l’hanno portata a scambiarmi per una di casa. Chiarito tutto in poche battute, mi ha guidato fino ad una splendida casa colonica attraverso stretti sentieri, delimitati da muretti a secco ben curati e uniti gli uni agli altri con scalini tracciati lungo il pendio e sostenuti da robusti ciocchi di castagno. Un agrumeto difeso da uno splendido pergolato coperto a pagliarelle che non aveva niente da invidiare a quelli che papà da piccoli ci portava a vedere ogni volta che passava a prendere i soldi, le provole e i salami con cui si faceva pagare il proprio lavoro di architetto ‘re cas pe’ limun’. Ti ricordi come ne andava fiero quando saliva Cataldo dalla marina e lo portava a vedere le proprie opere? ‘Ntunì tu nun sì nu mast, tu si n’artist! Sta prevol è nu monument!’. Arrivati alla casa, ho scoperto che la padrona è una nipote di Rachelina ‘e ‘on Ciccio che si è sposata con uno dei Galano ed è rimasta prematuramente vedova. Con i risparmi di una vita ha sistemato il vecchio casolare alle spalle dell’agrumeto, la casa bianca al confine con il fondo Palomba dove mandavi Peppino a fare il doposcuola. Ai piani superiori, il secondo e la mansarda, ci sono alcune stanze per ospitare i visitatori che arrivano da ogni parte del mondo, mentre al primo piano ci sono le camere della signora Giovanna, la proprietaria, e del figlio Gioacchino con la moglie, i servizi e una camera dei giochi per il nipotino Renato. Sembra di essere a casa nostra, hanno ristrutturato le camere con il soffitto a volta ed hanno fatto sistemare i mobili della nonna. Se non fosse per i pavimentati antichi tirati a lucido e per la mancanza dell’umidità sulle pareti color panna, sembrerebbe di essere tornati indietro di mezzo secolo. Ma il vero spettacolo è il piano terra. La vecchia cucina, non ci crederai, funziona ancora a legna e quando ho visto arrivare il piccolo Renato con un amichetto alla guida di una piccola carriola ch’ e fascine quasi mi sono commossa rivedendo Peppino che arrivava a casa con Nennillo e gli altri cuginetti. Il focolare è uno spettacolo, arricchito al mio arrivo da un pentolone di minestrone fumante e da un tavolo di legno grezzo e massiccio, come non ne esistono più, su cui la signora Henriette stava impastando del pane fatto in casa cercando di spiegarsi a gesti con un ragazzo di Casarlano che dà una mano alla signora Giovanna e che stava lavorando per accendere il forno a legna all’esterno. Avrei potuto fare da interprete ai due visto che il giovane pur comprendendo quasi tutto non parlava una sola parola d’inglese, ma le risate sonore della signora, australiana, ad ogni storpiatura napoletana della sua lingua e la gestualità incontenibile del ragazzo erano uno spettacolo imperdibile per tutti. Dico tutti, perché seduti appena fuori dalla porta del cellaio e da quella dello stanzone usato come laboratorio, c’erano i mariti delle due signore straniere ed un’altra coppia molto più giovane dai tratti palesemente nordici. A completare il piano terra, una grandissima sala da pranzo alle spalle della cucina, con tanto di credenze, sedie e tavoli in legno come non se ne trovano più neanche dagli antiquari. Da un altro lato, invece, un angolo lettura, gioco e conversazione veramente carino con tanto di caminetto, lavori a maglia incompleti, poggiati su un vecchio comò, e il tappeto consumato per ospitare Lassie e Nerone quando la sera fa troppo freddo. All’improvviso è sbucata dal nulla la signorina Annette, di ritorno per il pranzo da una breve passeggiata alla sorgente di Sant’Anna con due nipoti di Raffilina, una commara di Giovanna. Non puoi immaginare che storie che ha fatto quando ha scoperto che il marito stava di nuovo giù in cantina con i soci di Gioacchino intenti agli ultimi preparativi prima della vendemmia. Con la scusa di accompagnarla a recuperare sir Thomas, sono scesa con lei facendo attenzione ai gradini malmessi che portano direttamente sotto la casa. Qui restauro e ristrutturazione non hanno trovato spazio. Ti ricordi ‘e grott sotto alla casa di zio Gennaro? Immaginale com’erano un tempo e aggiungi vent’anni di polvere, terreno e residui di vino. Però, mi devi credere, quell’odore di terra umida e legno intriso di nettare mi ha riempito i polmoni facendomi sorridere forse come non ho mai fatto. Complice anche sir Thomas, sguardo serio, sopracciglio alto, occhi di ghiaccio, un lord con tanto di coppola in testa, camicione a quadroni di flanella, ovviamente in prestito, e calzoni lerci all’inverosimile. Un vero paesano pronto a tornare sir al comando perentorio della moglie che lo ha invitato ad andarsi a preparare per il pranzo. Ritornata all’aria aperta, ho trovato gli uomini intenti a tirare fuori dalla baracca, sistemata affianco al pollaio, un paio di assi di legno che hanno sistemato a ponte su quattro sgabelli in modo da formare due panche ai lati del tavolo. La signora Annette si è seduta per provarle e quasi si è ribaltata all’indietro, quindi abbiamo deciso di portare fuori dalla cucina qualche sedia per non creare imbarazzo ai meno sportivi. Nel frattempo, è comparsa magicamente una bella tovaglia a motivi floreali su cui ognuno ha poggiato ciò che ha preso dalla cucina, posateria, bicchieri, piatti, due cestini con del pane già affettato. La signora Giovanna ha chiesto a Henriette di raccogliere qualche foglia di basilico e un peperoncino rosso e di sminuzzarli per arricchire la bella insalatina di pomodori in attesa sul piano di lavoro della cucina all’aperto posizionata sotto il portico. Sir Thomas, ripulito ma con ancora in dosso gli abiti da lavoro, ha messo a centro tavola due vecchie brocche di terracotta stracolme di vino rosso paesano appena travasato e la risata generale è stata incontenibile quando la moglie ha sentenziato Not for you Thomas. Altre due brocche in vetro sono invece state riempite con l’acqua contenuta in una damigiana e proveniente direttamente dalla sorgente dell’Atigliana. Quando tutti eravamo ormai pronti ed affamati è uscita dalla cucina Giovanna con una treccia spettacolare e una serie interminabile di bocconcini leggermente deformati che sguazzavano in una zuppiera enorme che mi ha ricordato la famosa spaghettiera delle tante mangiate nel giardino da zì Maria. Giovanna mi ha fatto sedere accanto a lei, ho provato a dire che avevo già il pranzo prenotato in albergo e non mi sembrava bello approfittare di tanta ospitalità. Per tutta risposta mi ha rimproverato che magiare è un diritto di tutti coloro che contribuiscono alla preparazione del mangiare e che da lei il vitto non si paga. I suoi ospiti pagano a forfè, poi se vogliono pranzare, cenare e fare colazione lo si fa tutti insieme agli orari più o meno stabiliti – da come ho capito più che altro quando è pronto e non c’è da aspettare più nessuno. Chi invece vuole scennere a Surriento e mangiare fuori è liberissimo di farlo ma è pregato di avvisare – anche se “caccos o mett semp a part, si cacherun ven tard”. La signora fa pagare agli ospiti una specie di retta giornaliera, con sconti settimanali, mensili, dipende dai casi, in cui è tutto incluso: si paga per vivere in campagna, insomma, con la possibilità di collaborare alle attività agricole, imparare a cucinare piatti più o meno elaborati, fare passeggiate nei dintorni verso Casarlano, Atigliana, Priora, Picco Sant’Angelo, in autonomia o in compagnia di chi sposta di casa in casa per le varie commissioni. Poi, ovviamente, c’è la possibilità di partecipare ad escursioni più impegnative che costano pochi dollars grazie a diverse associazioni che organizzano percorsi guidati verso la Marecoccola, il Deserto, Crapolla, Jeranto, Sant’Elia e perfino il Faito e il Sentiero degli Dei, la via r’e muntagne da Nocelle a Bomerano. Pensa che i due norvegesi, forse svedesi non sono sicura, mi hanno raccontato che sabato scorso profittando della giornata fresca e nuvolosa si sono aggregati ad un gruppo incontrato sul Picco e da lì sono saliti al Vicalvano, sono andati a Montepertuso ngopp Pasitan e poi sono tornati indietro con il bus. E sabato prossimo, se il tempo mantiene, vogliono andare con gli stessi ragazzi a piedi da Casarlano fino abbasc ‘a regina giovanna, mentre per domenica hanno già prenotato con un’associazione di Massa per un’escursione tra Capri e Anacapri con tanto di salita a Cetrella e discesa per la scala fenicia. Mi sono meravigliata che raccontando della propria vacanza a Sorrento nessuno di loro mi abbia parlato di Pompei, di Napoli, di Capri e così via, per cui ho posto la domanda in maniera diretta. La risposta è stata molto semplice, avrei dovuto capirlo da me. La maggior parte degli ospiti della signora Giovanna è costituita da turisti che hanno già visitato la Penisola Sorrentina attraverso i circuiti tradizionali e che, tra una visita a Pompei, una gita a Capri e una degustazione a Massa Lubrense, sono rimasti incantati dalle nostre colline, dalla genuinità della gente che ci vive e dei prodotti che vengono realizzati, dalla dolcezza e dalla pace dell’aria che vi si respira e dalla bellezza mozzafiato dei paesaggi incantevoli che mescolano il verde e l’argento con l’azzurro ed il blu. I Thomas, per esempio, sono arrivati a Sorrento per la prima volta oltre trent’anni fa con un classico tour Roma, Napoli, Sorrento. Hanno amato i resti di Pompei, le ultime carrozzelle napoletane in via Caracciolo, il nostro centro storico, le stradine di Positano, le serate a cena a Marina Grande e le gite in minicrociera danzando sotto la luna caprese. Quando sono ritornati da queste parti quattro anni fa hanno ritrovato solo una piccola parte del sogno che avevano accarezzato nei propri ricordi. Il caos, la confusione, la disorganizzazione li avevano un po’ storditi, finché non hanno messo piede in una piccola fattoria sui Colli di Fontanelle. Complice un banchetto di assaggi luculliano, una giornata primaverile perfetta e un panorama unico a cavallo dei due golfi, mi hanno raccontato che in un momento hanno ricordato esattamente perché a distanza di tanti anni avevano scelto di venire a festeggiare i propri quaranta anni di matrimonio proprio in questa terra da sogno. Lì alla fattoria hanno scoperto che esisteva una rete di agriturismi, aziende agricole, piccole fattorie e case coloniche che si sono coalizzati per creare un consorzio ed un marchio dei colli sorrentini attraverso il quale rilanciare non solo i propri prodotti enogastronomici, ma anche le proprie origini e le proprie tradizioni in modo da inventare un’offerta turistica nuova ed alternativa per utilizzare con rispetto la ricchezza paesaggistica che è stata regalata dal padreterno alla Penisola Sorrentina. L’anno dopo sono stati a Sant’Agata e da allora ogni anno trascorrono una quindicina di giorni in una diversa struttura scegliendo tra le tante offerte ed iniziative particolari che ogni azienda familiare può offrire. Quest’anno, ad esempio, sono arrivati qui da Giovanna, che hanno conosciuto lo scorso anno al caseificio Corcione dove erano ospiti e dove lei dà una mano ogni tanto. Sono venuti per partecipare alla preparazione delle bottiglie di pomodori e imparare la ricetta segreta dei veri gnocchi alla sorrentina. A proposito di gnocchi, in maniera molto simpatica e con uno sguardo complice ad Henriette, hanno un po’ ripreso per il metodo d’insegnamento la signora Giovanna che a loro dire non conosce il concetto della ‘dose’ e ha insistito perché imparassero a fare tutto a’uocchje. La pronuncia, ti lascio immaginare, è stata davvero verace. A fine pranzo, mentre facevo i piatti con Giovanna, che usa solo saponi artigianali fatti dai ragazzi di un’associazione di Casarlano che realizza prodotti naturali e biologici per salvaguardare l’ambiente, mi ha raccontato che comunque gli ospiti di questa settimana rappresentano un caso a suo dire ‘fortunato’ dal momento che tutti gli ospiti sono arrivati a Sorrento per godersi la campagna e i suoi prodotti ed entrare in sintonia con tutte le attività tradizionali. Non le sono mancate persone incapaci, così le ha definite, di vivere la semplicità e la serenità della vita contadina, né turisti che in realtà hanno utilizzato la sua casa solo come punto di appoggio da cui spostarsi poi per andare a Capri, a Pompei, al Vesuvio e così via. Da brava matrona imprenditrice mi ha fatto notare che ovviamente le è convenuto da un punto di vista economico, dovendo garantire spesso solo la camera allo stesso prezzo per il quale agli altri vengono forniti anche i pasti, i corsi, le passeggiate e la partecipazione alle altre attività domestiche. Ma dal punto di vista del ritorno d’immagine, dell’organizzazione, ed anche del piacere di conoscere nuovi amici, non è stata di certo la stessa cosa. Incuriosita dalla spiegazione dei Thomas e dall’inaspettata capacità manageriale di Giovanna, le ho chiesto qualche informazione in più sul consorzio dicendole che poteva tranquillamente parlare in italiano essendo rimaste sole in cucina. Mi ha spiegato che il tutto è nato non molti anni fa per rispondere all’esigenza di trovare una soluzione a tre problemi fondamentali: la crisi economica e la conseguente disoccupazione che avevano visto molti, soprattutto tra i più giovani, perdere il lavoro, spesso stagionale, negli alberghi e nei ristoranti della penisola; la necessità di rilanciare l’immagine turistica di Sorrento e trovare nuove categorie di visitatori per integrare i tour classici e sostituire i vacanzieri del mare ormai scomparsi; il bisogno estremo ed impellente di trovare risorse economiche per mantenere i giardini, gli agrumeti e gli uliveti che sempre più persone erano costretti a svendere o mantenere in stato di abbandono in attesa di tempi migliori a causa degli elevatissimi costi di gestione dell’agricoltura tradizionale sorrentina. La prima idea era stata ovviamente la creazione di un marchio unico per promuovere in tutto il mondo i prodotti enogastronomici delle colline sorrentine e rilanciare così un’agricoltura biologica di altissima qualità, fedele ai cicli naturali e alle tipicità locali, e una realizzazione di prodotti di trasformazione da rivendere sul mercato locale ed esterno in quantità limitate ma con elevati standard qualitativi. L’iniziale scetticismo da parte di molti è stato vinto dalla concessione di un finanziamento a fondo perduto arrivato grazie alla partecipazione ad un bando dell’Unione Europea per il rilancio delle aree rurali nel Sud Italia. Un nuovo piano di sostegno da parte della nuova amministrazione comunale di Sorrento ha completato l’opera di convincimento. L’ingresso di tanti giovani, contattati già a partire dalla stesura del progetto, ha poi dato lo slancio definitivo per la promozione del marchio via internet e per la creazione di una vera e propria campagna di marketing globale low cost. Ma non basta. L’arrivo dei finanziamenti e le parole di elogio ricevute hanno improvvisamente smosso l’orgoglio e l’appartenenza dei proprietari delle fantastiche terre lungo la dorsale sorrentina che per anni hanno subito l’umiliazione di essere considerati periferia della città e del suo benessere turistico. Giovanna e tanti altri hanno così intravisto una possibilità concreta non solo di ricavare dei piccoli guadagni, rivelatisi poi a suo dire al di là delle più rosee aspettative, ma anche di integrare la manodopera agricola limitando così le spese di gestione dei terreni, di stare in compagnia, di salvare la propria terra e mantenerla in condizioni di sicurezza senza essere costretti a venderla dopo tanta fatica fatta da intere generazioni di antenati. Così si è deciso di riscoprire fino in fondo la vocazione agricola della penisola, andando oltre i prodotti eno-gastronomici e provando a recuperare i valori paesaggistici, sociali e culturali, le tradizioni, le feste, le abitudini, le storie e i segreti del mondo contadino sorrentino tramandati di generazione in generazione sia da chi ha vissuto questi giardini sia da chi, come noi, è stato costretto ad andare via tanti anni fa. Lo scopo del consorzio è diventato, quindi, quello di trasformare la cornice della cartolina meravigliosa che tutti ammirano in una vera opera d’arte da visitare ed apprezzare. Sì, proprio un’opera d’arte, perché la bellezza delle colline alle spalle di Sorrento non è solo un miracolo della natura, ma anche un minuzioso ed attento capolavoro degli uomini e delle donne che ne hanno sapientemente ridisegnato il paesaggio nel corso dei secoli. Mentre Giovanna preparava il caffè per noi ospiti insieme a Mrs Thomas, svelandole i piccoli segreti della macchinetta napoletana, sono uscita un po’ nel cortile e ho fatto due passi dietro la casa. Davanti a me è comparsa la cornice di cui parlava la signora Giovanna, dai boschi di castagni e roverelle ai muretti a secco dei nostri terrazzamenti, dai profumati giardini di arance e limoni ai vitigni aggrappati ai loro pergolati, dai valloni misteriosi alle mille gradazioni della macchia mediterranea aggrappata alle pareti di calcare. Ho ripensato ancora una volta a papà, ai suoi sacrifici per farci campare bene, alle sue mani sporche e piene di graffi, al suo viso triste e pieno di rughe come non lo avevo mai visto, il giorno in cui uscimmo da casa della nonna per l’ultima volta, in mano le borse con i panni buoni e la valigia con le cose per il viaggio. Solo oggi mi sono resa conto di dove siamo nati, di cosa papà, i suoi amici, i suoi genitori, i suoi nonni, hanno costruito giorno dopo giorno per realizzare questo piccolo paradiso in perfetto equilibrio con la natura. Natura che, per quanto spesso ostile, hanno sempre rispettato. Ho completato il giro intorno alla casa, ho salutato tutti ed ho chiesto il permesso di tagliare per il vecchio sentiero verso la sorgente… sai già dove volevo andare vero mamma? Giovanna mi ha detto di aspettare, dopo una mezzoretta sarebbero andati tutti a fare un giro per i campi per dare uno sguardo agli animali, dare loro da mangiare e fare un po’ di pulizia. Insomma, una passeggiata digestiva per curare in compagnia l’ordinaria amministrazione. Henriette ha preso la macchina fotografica per scattare qualche foto, in particolare ad una pianta speciale incontrata qualche giorno prima, dicendomi che mi avrebbe spiegato poi per non rovinarmi la sorpresa. E che delusione che ha dovuto provare quando di fronte al tortuoso limone innestato su un arancio selvatico non mi sono meravigliata affatto di vedere crescere due frutti così diversi su quella che all’apparenza era un’unica pianta. Ho spiegato un po’ a tutti da dove proveniva quel prodigio, umano e non divino, cos’è, come e perché viene fatto un innesto; il tutto sostenuta dai cenni di assenso della padrona di casa che pur non cogliendo del tutto il mio inglese sembrava seguire perfettamente il mio discorso. Quando ho smesso di parlare mi sono accorta di aver fatto un grave errore. Non ero più una semplice turista americana, adesso erano tutti convinti semmai del contrario. Così ho dovuto raccontare loro la mia storia, la nostre origini, il mio torn a’ Surriento dopo mezzo secolo, la mia improvvisa nostalgia a spasso in quei giardini. Mi hanno iniziato a chiedere mille cose, com’erano quei luoghi, quanto erano cambiati, fino alla domanda che aspettavo: dov’è la casa in cui sei nata? Ho spiegato che era esattamente lì che stavo cercando di ritornare, più o meno consciamente, quando al mattino avevo incontrato Amélie. I ricordi di un tempo erano però così lontani; cancelli, restine e costruzioni spuntati un poco ovunque non aiutavano certo a ricostruire i nostri antichi percorsi. La signora Giovanna sembrava avere uno strano luccichio negli occhi, per un momento ho avuto anche l’impressione che avesse capito benissimo chi fossi ma volesse lasciare a noi altri il fascino di una specie di caccia al tesoro tra i giardini. Abbiamo continuato la passeggiata sconfinando nel fondo Palomba, un po’ di fotografie, qualche nuova pianta da scoprire, ma i miei passi ed i miei pensieri ormai al centro dell’attenzione di tutti. Ho notato con piacere che le vecchie liti per i confini e le proprietà hanno lasciato il posto a una collaborazione molto più amichevole tra i proprietari che, oltre a pressare insieme le amministrazioni per riqualificare il territorio e ripristinare e tenere in ordine i vecchi sentieri, hanno anche deciso di rendere accessibili di fondo in fondo tanti percorsi interpoderali; Abbiamo poi incrociato la strada nuova che adesso sale a San Biagio e Casarlano, l’abbiamo attraversata e abbiamo proseguito lungo uno stretto sterrato che sale verso Miez o’mont. Davanti a noi le bianche rocce a strapiombo che ancora oggi fanno da sfondo ai castagni dritti e carichi di ricci dal colore verde intenso. Giovanna ci ha mostrato una grande casa chiara che tra poche settimane diventerà il quartier generale e la mensa per tutti coloro che parteciperanno alla raccolta da questo versante del Picco. Qui arriveranno anche tutte le castagne dei gruppi che saliranno invece alla Rocca, a Sant’Elia e a Cermenna, per essere poi suddivise ai vari componenti del consorzio in funzione delle varie attività previste (marmellate, dolci, farina, mangimi). Lo stesso vale anche per le raccolte collettive che si organizzano per finocchietto, carrube, more e così via nelle varie stagioni dell’anno. La scorsa settimana alcuni dei miei nuovi compagni di viaggio hanno partecipato alla raccolta delle prime noci, quelle fresche, un po’ faticosa, a quanto dicono, ma estremamente piacevole e golosa. Il sistema dei compensi per i proprietari e della suddivisione dei raccolti alle varie aziende per la trasformazione in prodotti tipici mi è sembrata un po’ troppo complicata, ma per adesso pare che nessuna delle famiglie che partecipano alle attività del consorzio abbia avuto da ridire su questa organizzazione. Le uniche cose su cui non si è riusciti a trovare alcun accordo sono la completa e definitiva abolizione della caccia, comunque proibita su quasi tutto il territorio della penisola, e soprattutto la raccolta dei funghi. Giovanna ha raccontato che nessuno ha avuto il coraggio di fare il primo passo per svelare agli altri le proprie miniere segrete. Di comune accordo è stato quindi ritenuto che la raccolta, trasformazione e preparazione dei funghi restano libere e al di fuori delle attività del consorzio, poiché economicamente non troppo significative ed in quanto il fungo è un bene di natura selvatica e non agricola. Come vedi, gelosie e segreti non sono scomparsi del tutto. E direi per fortuna, visto che aiutano a preservare almeno un po’ il valore romantico dei segreti e delle usanze della vita contadina. Immagino che anche durante i corsi di cucina, di preparazione delle essenze, delle confetture, dei liquori e di tutti gli altri prodotti casalinghi, nessuno si sia mai sognato di svelare completamente i piccoli ed impercettibili segreti che diversificano di famiglia in famiglia tante ricette tradizionali. Pensando e chiacchierando siamo arrivati al bivio con il ripido sentiero che risale dall’Atigliana passando per la sorgente di Sant’Anna. I miei compagni di avventura hanno svoltato verso il basso, in direzione della sorgente per andare a visitare la stalla ed il piccolo caseificio dove nei prossimi giorni parteciperanno ad una lezione-dimostrazione di produzione di treccia, bocconcini, pezzuttelle, provole, etc. Sono rimasti così colpiti dalla bontà della nostra caprese che quando Giovanna ha proposto l’ipotesi di dedicare una mattinata alla treccia hanno fatto i salti di gioia e hanno aderito in massa. Già li immagino con le mani nel caglio e gli occhi luccicanti mentre provano ad intrecciare la pasta filante. Si divertiranno da matti nello scoprire come e da dove nasce quella prelibatezza, senza contare che per quanto sia buona sempre la nostra mozzarella, non sarà mai la stessa cosa mangiarla al ristorante o prepararla con le proprie mani. Salutati gli altri, ho iniziato la mia strada in falso piano verso la parete della montagna di Mezzomonte. Una piccola insegna consumata recitava Via Cala, ho iniziato a ritrovare un po’ di orientamento, ero grosso modo sopra Chianiello, troppo lontana dal rivo, troppo disorientata dalla via nuova per avere un riferimento che mi riportasse a casa. La scesa da Riviezzoli era lì davanti a me, i profumi quelli di un tempo, i colori indimenticabili. Ho deciso di andare avanti alla ricerca di un segnale per almeno un’altra oretta. Entro le cinque e mezzo sarei tornata indietro sulla strada principale ed avrei chiamato un taxi per scendere a Sorrento e non far preoccupare le ragazze. La passeggiata è stata davvero piacevole e, contrariamente a quanto mi ero ripromessa, ho perso completamente la cognizione del tempo infilandomi in ogni passaggio calpestabile, avventurandomi in stretti spazi accostata ai muretti a secco e mangiucchiando qua e là le ultime more, qualche noce e qualche sovera pelosa ancora acerba. Ho camminato davvero tanto, immersa in una pace sconosciuta interrotta solo dalle voci dei cani nei giardini e dal motore di qualche lontana motocicletta, scrutando come un esploratore ogni singolo squarcio tra le fronne dei limoni, ogni pertuso nel muro di tufo a bordo sentiero. Poi ho urtato qualcosa a terra affacciandomi in un varco tra i rovi penzolanti. Non ho saputo resistere alla curiosità. Tra ortiche e paretano, aiutandomi con il foulard rosa che mi hai regalato lo scorso anno, ho scoperto lentamente un piccolo vecchio cancello di ferro battuto, completamente arrugginito e parzialmente deformato. Avrei voluto sollevarlo ma da sola non ce l’avrei mai fatta. Con un po’ di pazienza e qualche rametto ho spostato via un po’ di erbacce ed ho provato a staccare un po’ di muffa e muschio per vederlo meglio. Ho sentito tremare il cuore. Ho anche temuto di poter avere un malore. Non ci crederai, era l’antico ingresso di casa di zio Giggino. Il vialetto stretto che girava dietro la casa grande rosa e portava alle scalette per scendere nelle pezze nostre era ormai abbandonato e impossibile da percorrere. Ho provato ad entrare ma non ci sarei riuscita neanche con l’attrezzatura da guerra, figuriamoci con le scarpette da ginnastica, la gonna lunga e la borsa a tracolla. Ho continuato a guardarmi intorno per qualche minuto cercando di riportare ciò che stavo osservando a cinquant’anni prima. Mi è sembrato come ricostruire un puzzle osservando una fotografia invecchiata e coperta di muffa. Il quadro era quello dei miei ricordi, di quando io e Peppino venivamo ad aspettare fuori al cancello te e zietta per aiutarvi con i cestini dei fichi e delle ciliegie, e nel frattempo rubavamo le arance dai rami che uscivano da sopra il muretto del terreno di Ninì che stava di fronte. Lui si arrabbiava così tanto quando ci sgamava, e allora Peppino gli diceva che chell ca car miez ‘a via è robb e chi pass pa’ via e se proprio non ci voleva dare tanta soddisfazione poteva spostare le piante in modo che i rami non uscissero sulla strada. Che poi, a pensarci oggi, con tutte le arance che avevamo nella terra nostra, che fetenti eravamo. Era giusto per lo sfizio dello sciavichiello e per fare intossicare Ninì. Tutto non era più come un tempo, che peccato. Ma non lo sono più io, non lo sei neanche più tu, non lo sono più papà e Peppino che si staranno rincorrendo in mezzo ad altri giardini di arance e limoni giocando al figlio dispettoso e al padre con la mazza che deve dargli una sonora lezione. Ma le tracce di quei giorni sono ancora qui, mamma, in questa terra di cui siamo figli e che, nonostante tutto ciò che ha subito, resiste meravigliosa com’era un tempo. Mi sono resa conto che ciò di cui avevo bisogno per tornare a casa era solo un indizio, un punto di riferimento. Quel cancello abbandonato lo era. Non ho saputo trattenere l’emozione. Cinquantanove passi ritornando indietro sulla stradina appena percorsa. Cinquantanove passi della piccola Titina, non sessanta per carità, Peppino è sempre stato preciso anche prima di diventare ragioniere, e mi sarei trovata di fronte la mia casa, la mia unica vera casa. Sarà stato per l’emozione, per i ricordi o per il tentativo di imitare i passettini piccoli della mia infanzia, ma credo sia stato il tratto più difficile di questa giornata. Appena dietro la svolta, a cinquantotto, mi sono fermata. Per un attimo ho temuto di essermi sbagliata, di avere dato troppo spazio ai sogni ed all’immaginazione. Davanti a me non c’era la nostra casa, né il muretto per poggiare le sporte, né il vialetto sterrato dove l’amico di papà fermava la lambretta. Un grande cancello grigio scuro chiudeva quello che un tempo forse era il lungo vialetto di ingresso in fondo al quale c’era casa nostra. In alto a destra un’insegna di legno diceva L’agrumeto, c’era un citofono con un solo pulsante. Ho pensato di andare via, era già piuttosto tardi. Poi mi sono detta che oramai ero lì, che forse non sarei mai più tornata a Sorrento, che non mi sarei più perdonata di essere arrivata a due passi da casa e poi essere scappata via. Non c’ho pensato più, ho sollevato il braccio ed ho citofonato. Un rumore di contatto elettrico, poi un motorino in azione e le porte del cancello automatico hanno iniziato lentamente ad aprirsi di fronte a me. Con infinita lentezza. Un pezzetto per volta è comparsa una graziosa casetta bianca con eleganti rifiniture in pietra viva. Tanti fiori ed un percorso pedonale con panchine in legno e aiuole ben tenute ai due lati. Poi, a destra e sinistra sono comparsi tanti alberi carichi di limoni e un omino piccolino arrampicato su una lunghissima scala in cima ad un pergolato. Una carrucola ed un cesto carico di grappoli di uva mi hanno fatto capire che si stavano completando le ultime fasi di raccolta. Tempo di vendemmia. Un meticcio, lontano discendente di qualche segugio, mi è corso incontro scodinzolando, si è fermato un istante cercando forse di capire chi fossi, poi mi ha abbracciato festeggiandomi. Alle sue spalle una giovane donna che tentava di rimproverarlo, chiedendomi perdono per la troppa esuberanza del cucciolo. Ho fatto caso solo dopo un istante che si stesse rivolgendo a me in inglese. Mi ha fatto accomodare ad un bellissimo tavolino bianco, cesellato, con un vaso di fiori colorati nel mezzo e mi ha chiesto se volevo un caffè o magari una tisana. Ho ringraziato dicendo che avrei preferito solo un bicchiere d’acqua fresca perché ero a passeggio da diverse ore. Non se ne è stupita affatto, mi ha chiesto di dove fossi, che giro avessi fatto e dove alloggiassi. Il tutto andando prima in casa a prendere un bicchiere di vetro e poi riempiendo una brocca dal rubinetto del cucinino esterno. Le ho raccontato il mio tour da Piazza Tasso, il pranzo dalla signora Giovanna e la passeggiata fino al suo cancello, spiegandole il mio desiderio di ripercorrere i passi della mia lontana infanzia. Entusiasta si è accomodata accanto a me e si è presentata, Piacere, Antonietta. Come te mamma, gliel’ho detto e ha sorriso. Poi le ho raccontato del cancello, della terra di zio Giggino, della casa della nonna dove abitavamo, e che quando ho suonato ero stata quasi sicura che casa nostra fosse stata proprio dietro al suo cancello… mi ha fermato di colpo. Si è alzata con gli occhi luccicanti, mi ha dato la sua mano e quasi mi ha trascinato verso il lato destro della casa. Abbiamo girato intorno alla casa. Alle spalle della costruzione il vialetto continua, circondato a destra e sinistra dall’agrumeto fino al muro alto del terrazzamento superiore, completamente coperto di rovi e rampicanti. Bentornata a casa zia Titina! Mi sono voltata di scatto verso di lei, poi di nuovo verso il vialetto e l’agrumeto, la bocca completamente spalancata e un mare di pensieri nella testa. Era da un milione di anni che nessuno mi chiamava Titina. Perfino tu mi hai sempre chiamato Titty da quando siamo arrivati negli States. Antonietta mi ha fatto segno di seguirla ed ha iniziato a spiegarmi che suo nonno, Nonno Ciccio, le aveva mostrato tante volte le nostre foto, tre per la precisione: quella della mia prima comunione a Casarlano, una scattata durante una vendemmia fatta chissà dove, ed un’altra, bellissima, che conserva incorniciata sopra il caminetto e che ritrae tutta la famiglia al gran completo, compresi Ninì, i suoi figli ed alcune altre persone che non ho saputo riconoscere, in posa dopo la raccolta delle arance tra decine di ceste stracolme. Il nonno - avrai capito chi è, Ciccillo, il cugino di papà, il figlio di zio Giggino che se ne andò in Argentina prima che noi partissimo per l’America – le ha ripetuto per tutta la vita che un giorno io e Peppino saremmo tornati, perché chi è nato in questa terra, non può restarne lontano per sempre. Mi ha detto anche di avermi riconosciuto non dalle mie parole ma dal momento esatto in cui sono entrata da quel cancello, avendo notato subito quanto fossi identica alla zia Titina delle foto, tua suocera, mia nonna, la nonna Titina che mi sedeva sulle sue ginocchia annanz ‘a vraser e che non ho mai più visto dopo quell’ultimo bacio sulla fronte avuto esattamente qui, tra questi due agrumeti profumati. Antonietta mi ha dato il tempo di riprendermi dall’emozione, si è fermata davanti alle scalette che portano al terrazzamento superiore, mi ha spiegato che suo padre e suo nonno sono tornati in Italia subito dopo il terremoto, hanno risistemato la propria parte di terreno e hanno costruito la bella casa all’ingresso sui resti del vecchio edificio che ospitava il casello dei maiali e le galline. Pochi anni fa, proprio quando lei e il marito, Tonino, erano sul punto di vendere tutto per trasferirsi a Meta, hanno saputo del consorzio e della possibilità di ricevere i contributi europei, e così si sono buttati in questa nuova avventura. Adesso hanno tre-quattro camerette per gli ospiti ed organizzano tanta attività legate agli agrumi, dai corsi di cucina alla produzione di saponi e detergenti naturali, dai corsi di coltivazione alle degustazioni, dalla produzione di limoncello - che viene fatta in un laboratorio a Casarlano - ai ricami e alla costruzione di gerle e cestini intrecciati di vimini, dalle attività di riciclo creativo ai corsi di educazione ambientale per i bambini. La parte superiore della proprietà, però, non è mai stata toccata perché, come le aveva detto il nonno, prima poi sarebbero tornati i legittimi proprietari. Mi ha abbracciato di nuovo, mi ha stretto la mano nuovamente e siamo salite. Appena ho messo piede sul terriccio umido e infestato dalla natura spontanea, quella selva ha ripreso i tratti che ho rimandato a memoria per così tanti anni. La nebbia che velava i contorni della nostra casa si è diradata, rimpiazzata dalle pareti di pietra viva ricolorate dal verde lucente dei rampicanti, dal tetto completamente crollato e da uno splendido fico che fa ora capolino dal balconcino della mia cameretta. L’edera ha colonizzato anche i resti della stalla e del cellaio ed ha completamente rivestito il pergolato completamente abbattuto contro la parete dritta e bianca della montagna in fondo al giardino. Il terremoto ed il tempo hanno lasciato tracce inevitabili anche nei solchi delle piante invecchiate ed inselvatichite. Sotto di noi il contrasto è netto con il pergolato dritto, curato e solido di Antonietta, ma è difficile dire quale dei due sia davvero più bello. L’effetto scenografico è meraviglioso, specie nel riflesso rosa della luce del giorno ormai giunto al tramonto. Certo, le pagliarelle di un tempo erano decisamente un’altra cosa rispetto alle moderne reti di nylon, verdi e nere. Antonietta mi ha spiegato che non c’è quasi più nessuno che le produca e che i costi sono troppo elevati. Ma ha anche aggiunto che all’interno del consorzio ne stanno già parlando per inserirlo tra le attività artigianali da recuperare, magari coinvolgendo i giovani e i ragazzi delle scuole. Scherzando, ma non troppo, le ho detto che mi sarebbe piaciuto poter dare una mano visto quante ne avevo preparate con papà quando eravamo bambini. Kyra, il cane, ha iniziato ad abbaiare, probabilmente al cancello c’era qualcuno degli ospiti di rientro dalla giornata a Capri. Antonietta ha detto che potevo restare lì quanto desideravo e che potevo girovagare quanto volevo, ma mi ha invitato a fare molta attenzione perché tutto era in stato di completo abbandono. Quando sono tornata in casa dopo aver esplorato un po’ il vecchio giardino ed il perimetro della casa, ho trovato un ambiente molto più moderno di quello visitato dalla signora Giovanna, molto curato, semplice e senza eccessi retrò. Mi sono affacciato in cucina da dove sentivo arrivare voci confuse, direi francese, e ho trovato due coppie impegnatissime a trasformare del criscito in panetti per le pizze. Antonietta spiegava come lavorare con i palmi delle mani la pasta e come poi dare loro una forma più tondeggiante prima di poggiarli nel cassettone infarinato. Dall’esterno arrivavano gli scoppiettii del forno a legna dove Tonino, il marito di Anotnietta, stava accendendo il fuoco insieme ad altre due persone. Kyra è impazzita nuovamente quando mi ha visto, così mi sono accomodata al tavolino esterno e ho preso a carezzarle il capo cercando di fare un po’ un riassunto mentale di questa meravigliosa giornata ormai giunta al tramonto. Non ho fatto in tempo a mettere insieme i primi pensieri che il cancello si è riaperto e dalla stradina sono arrivati correndo una decina di ragazzini accompagnati da un paio di mamme e qualche signora della mia età. Antonietta ha infilato una serie di presentazioni indicandomi come la zia dell’America venuta a fare una sorpresa, mi ha strizzato l’occhio complice, per il compleanno di Salvatore, suo figlio, arrivato con il gruppetto di cugini ed amichetti. Salvatore è stato contentissimo e mi ha chiesto un’infinità di cose sull’America, sull’oceano, sui grattacieli. Di conseguenza, non ho potuto declinare l’invito per la pizza che sarebbe stata pronta nel giro di un paio di ore, ho inviato un altro sms alle ragazze per dire che ci saremmo viste direttamente in albergo dopo cena e sono tornata a fare la zia d’America. E che pizze che mi sono toccate. Tonino, professione carrozziere, ha una vera vocazione per la pizza. E’ stato come non aver mai assaggiato prima una vera pizza, per una volta mi sono lasciata andare a qualche fetta in più ed alla bellezza di usare le mie mani al posto di forchette e posate varie: margherita, marinara, ortolana, ventresca con cipolle paesane, salsiccia e friarielli, perfino una fetta co’ ffort. I francesi non sono stati da meno e quando è toccato a loro utilizzare gli ultimi panetti per sperimentare il brivido di infornarne una con le proprie mani, mi è toccato provare anche quella nonostante qualche dressing un po’ troppo azzardato. Poi, Tonino ha preparato una pizza bianca speciale al limone, won-der-ful, ribattezzata in mio nome pizza e’ zia Titina. Dopo la caprese al limone della cognata di Antonietta e qualche assaggio vario di limoncello e di finocchietto nuovo, appena imbottigliato, sono crollata del tutto ed ho chiesto di poter chiamare un taxi promettendo che sarei passata nei prossimi giorni per fare una chiacchierata con calma. Antonietta mi ha detto che ha un amico che lavora all’ufficio urbanistica del Comune, nel caso voglia vedere le carte della casa e della proprietà basta fare una telefonata. Ne riparleremo nei prossimi giorni. Nel frattempo, Tonino era già sulla vespa con un casco e una giacca a vento pronti per me. Prendete zia, sapete andare in vespa vero? Che vergogna. Un po’ di saluti generali, un bacio a Salvatore, un po’ di risate quando sono salita in sella come un’imbranata. Poi il cancello si è richiuso alle nostre spalle e sono ridiscesa a Sorrento, come quando andavo dietro papà, passando davanti alla sorgente, all’Atigliana, ngopp o’pont, miez port e finalmente davanti all’ingresso dell’albergo. Chissà cosa avrà pensato il portiere vedendomi rientrare a quest’ora in vespa e dietro a quel bel giovanotto. Ho fatto una doccia, ho trovato un messaggio delle ragazze che sono andate a ballare con un gruppetto di amici conosciuti a Marina Grande, mi sono sistemata per la notte e poi ho preso questo notes … ed eccomi qui a raccontarti questa giornata speciale. Quanto avrei voluto che tu fossi stata sempre accanto a me in questa lunga passeggiata. O forse c’eri, mamma? Mi sono chiesta tanto perché tu non sia mai voluta tornare a casa, perché fino alla fine non hai voluto rivedere la tua casa, la tua terra. Abbiamo sempre rispettato la tua scelta, è stato quasi un comandamento per tutti finché sei stata in mezzo a noi. Ma non credo di aver tradito i tuoi desideri tornando qui a Sorrento. Sono certa che anche tu, come Ciccillo, in fondo hai sempre saputo che un giorno la nostra famiglia sarebbe tornata al proprio posto. Così come sono sicura che sia stato proprio papà a chiedere a Ciccillo di non vendere, cambiare, toccare mai la nostra casa dicendogli che un giorno io e Peppino saremmo tornati di certo. Lui non ha fatto in tempo, ma io oggi sono qui. Mio marito non c’è più da tanto e le ragazze sono ormai abbastanza grandi da essere autosufficienti in tutto e per tutto. Ho pensato che forse sarebbe giusto trasferirmi qui, tornare per sempre, ma non voglio prendere decisioni affrettate questa notte. So che tu mi capirai e so che tu e papà resterete lì dall’altra parte dell’oceano perché così avete scelto cinquant’anni fa. Domani andrò con gli ospiti di Giovanna a Baranica per fissare le reti per la raccolta delle olive. Gioacchino mi ha chiesto un mano con l’inglese, la compagnia è fantastica, non vedo l’ora. Sabato, poi, andremo tutti insieme a Fontanelle per partecipare alla vendemmia, già immagino il profumo del mosto. Spero che le ragazze vorranno aggregarsi al gruppo. Per lunedì sera, invece, la signora Giovanna ha noleggiato un minivan per andare tutti insieme alla festa dell’uva a Priora, ci sarà da divertirsi. Insomma, mi aspetta una settimana di vacanza fantastica. Ho anche intenzione di mantenere la promessa fatta ad Antonietta, tornare a trovarla e cercare di capire come è messa la nostra casa, qual è la situazione burocratica, quanto costerebbe rimetterla in piedi. Ho pensato che da sempre lo sviluppo del turismo della penisola fonda sulla tradizione millenaria di ospitalità dei sorrentini, e che sfruttando la rinomanza internazionale di cui ancora gode il nome Sorrento le famiglie del consorzio potrebbero dare ulteriore impulso al rilancio delle nostre colline. Sicuramente, potrei dare una mano ad aprire dei canali diretti con il mercato statunitense. Tutti i miei amici pagherebbero a scatola chiusa per una vacanza del genere lontano dal caos di Detroit. Per non parlare dei miei pazienti. Senza contare che da noi, ma immagino anche in molti Paesi europei, il concetto di vacanza turistica sta cambiando rapidamente; le persone cercano sempre di più natura, benessere, prodotti tipici e genuini, artigianato locale, autenticità, maggiore contatto con nuove culture ed esperienze. Le persone che ho incontrato oggi non sono solo ammaliate dal buon cibo, dalle gentilezza di chi li ospita, dai panorami che possono ammirare e dalla natura che li circonda. Sono alla ricerca di attività che li coinvolgano direttamente, in prima persona, emotivamente e praticamente. E poi, da sempre noi americani sogniamo l’Italia, quella vera, quella dei nostri nonni, dei film, delle vecchie fotografie, della musica, delle gite in vespa, del Paese più bello del mondo. E vuoi mettere anche la rassicurante sensazione per i turisti di partecipare ad un grande e positivo movimento collettivo che rispetta l’ambiente, la natura, le tradizioni locali, per tramandarle integre alle generazioni future nel rispetto del nostro pianeta? Senza dimenticare che, a giudicare da quanto stanno sperimentando le persone che ho conosciuto in questa straordinaria giornata, l’esperienza del consorzio sta migliorando anche la vita degli stessi sorrentini, la loro stretta collaborazione reciproca ne è una prova, diffondendo una maggiore consapevolezza delle opportunità di sviluppo offerte da un uso sostenibile e integrato delle risorse locali, aiutandoli a recuperare risorse che rischiavano di scomparire o essere abbandonate come gli agrumeti, i boschi di castagno, i sentieri, le mulattiere, le vecchie case coloniche, le stalle, le sorgenti, le fontane, i muretti a secco, e così via. Perciò, mamma, sto pensando seriamente di restare qui a Sorrento, di rimettere in piedi la nostra vecchia casa, di chiedere di entrare a far parte del consorzio e di utilizzare i tanti risparmi che una vita piena e soddisfacente mi hanno permesso di mettere da parte per finanziare un grande luogo della memoria e della tradizione nella vecchia stalla. Il vostro sacrificio mi ha permesso di realizzare tutti i miei sogni, di diventare un medico, di avere un marito meraviglioso e due fantastiche figlie. Il prezzo è stato abbandonare le nostre colline al loro destino. Adesso è giunto il momento di restituire a questa terra l’amore che le è mancato in questo mezzo secolo. Mi ha aspettato così tanto, ora sono pronta. Ho pensato di realizzare nella nostra casa un grande museo degli agrumi e della civiltà contadina per far conoscere a tutti coloro che visiteranno Sorrento anche la nostra storia e le origini delle nostre tradizioni, e per occuparmi di recuperare investitori internazionali per sostenere il consorzio, ad esempio sponsorizzando il recupero degli agrumeti abbandonati, la ristrutturazione di sentieri, chiese, monumenti. E’ un sogno che si sta avverando, mamma, forse l’ultimo della mia meravigliosa vita, e vorrei tanto che anche questa volta qui con me ci fossi tu, a consigliarmi, a sostenermi, come sempre hai fatto. Ma c’è un’altra cosa che vorrei tu sapessi. Ti ricordi quel vecchio libro impolverato che ci era proibito toccare e da cui papà leggeva ogni tanto qualche passo sulla storia della nostra terra? Glielo aveva regalato Tony, quel suo vecchio amico di Sorrento che ci aveva aiutati appena arrivati all’America. Anche lui era emigrante, era partito da bambino, mi sembra nel ’29. Erano scappati dopo l’eruzione del Vesuvio, quella del famoso lago di lava nel cratere di cui ci raccontava sempre Zì Ngelica, la commarella della nonna che teneva la terra a Terzigno. Ti ricordi quanti appunti erano scarabocchiati sul margine di quelle pagine ingiallite? Ecco, credo sia arrivato il momento di confessarti una cosa. Quel libro l’ho preso in prestito, di nascosto, più di una volta e l’ho sfogliato e risfogliato senza riuscire a capire perché per lui fosse tanto prezioso. Quei suoi appunti erano indecifrabili, molte di quelle note non erano che simboli senza senso scarabocchiati quasi per dispetto. Un giorno, però, papà mi scoprì. Sapevo che sarebbe successo prima o poi, ma mi ero sempre detta che alla fine non facevo nulla di male. Nel caso si fosse innervosito, come sempre, gli avrei sorriso e lui mi avrebbe rimproverato senza riuscire ad essere duro né tantomeno arrabbiato. Ed invece quel giorno lo vidi rosso in volto come mai più sarebbe capitato, mi prese il libro di mano con una violenza che non gli apparteneva e strappò via una pagina gridando in un dialetto tanto stretto e antico che faticai a comprenderne tutte le parole. Mi disse che non era tempo di conoscere quella storia, che dovevo dimenticare qualunque cosa avessi letto quel giorno in quella pagina. In realtà, ti giuro mamma, non avevo letto nulla di quelle righe che infilò bruscamente nelle sue tasche. Nelle pagine precedenti si parlava di assalti e battaglie, amici che diventavano nemici e nemici redenti dalla bellezza della terra sorrentina, di condottieri coraggiosi e fanciulle affascinanti. Niente che non avessi letto già altrove, nei mille racconti tra storia e leggenda che popolano le tradizioni di ogni terra, luogo, regione. Niente che potesse giustificare la sua rabbia e quella sua minaccia velata sul rischio che avrei corso se qualcuno avesse saputo di questo mio peccato di curiosità. Per anni quella pagina mi ha tormentata, l’ho sognata, immaginata, ho provato a ricordarmene le tracce, la trasparenza, qualche appunto. Poi, lentamente, me ne sono dimenticata. Mai più invece ho ripreso tra le mani il vecchio libro di papà. O almeno non l’ho fatto fino alla scorsa settimana, quando ho deciso di infilarlo in valigia, lasciapassare della nostra appartenenza a questa meravigliosa terra. Oggi ho finalmente sentito di essere tornata a casa. L’ho tirato fuori dalla valigia e tra le sue pagine ho ritrovato quel foglio sbiadito strappato via tanti anni fa da papà. Non so come né quando lui abbia deciso di rimetterlo al suo posto, ma era lì, nel vecchio volume, consumato dal tempo e dalla polvere. Mamma, so bene che non dovrei dirlo a nessuno, ma so altrettanto bene che di te posso fidarmi. Quella pagina mancante è qui accanto a me, adesso, a mia completa disposizione. Ho provato a darle un’occhiata ma non ho il coraggio di leggere fino in fondo quegli appunti. Sento che mi parla di una Sorrento diversa, di una visione volutamente dimenticata e della necessità di tramandarla ai figli di questa terra perché un giorno sappiano darle un senso. Mamma, ormai sono grande per emozionarmi tanto, e vecchia, troppo vecchia, per avere la forza di rincorrere la storia ed il futuro della mia, della vostra Sorrento. Ma questa pagina sbiadita è qui, mi ha cercato e mi ha ritrovato. Sento che qualcuno dovrebbe darle ascolto, e sono certa che anche papà sarebbe d’accordo. Per questo, ho deciso di tirarla fuori dall’oblio, di regalarle una possibilità di vivere il proprio destino. La riconsegnerò in qualche modo al suo vecchio proprietario, in silenzio, nascosta tra tanti ricordi più o meno antichi, più o meno veri, più o meno sensati. Troverò il modo, stanne certa. Sento che il tempo è maturo perché qualcuno la ritrovi, segua il cammino della sua visione e dia voce a ciò che da troppo tempo tace. Ecco, è tutto, mamma. Sappi che ti aspetto qui tra qualche mese, so che ci sarai, e finalmente torneremo a dormire nella nostra casa, nella nostra terra, sotto il nostro cielo, in mezzo ai nostri limoni. Buonanotte mamma… e non dimenticare di dare un grande bacio a papà e Peppino da parte mia.



BSG 2019
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LE SQUADRE

7 squadre si sfidano alla ricerca del forziere: Collettivo Bastardi Senza Gloria, Corsari Neri, HSL, Membri, New T3am, Skuato Boys e Sfaccimmilli. Chi riuscirà a portarsi a casa la caccia storica?

IL COMITATO 2018

Il comitato della caccia al tesoro 2018 di Sorrento è composto da:
Astarita Valerio, Aulicino Giuseppe, Aversa Nino, Cinque Federico, Coppola Ilaria, Coppola Viviana Laura, Ferrara Pietrantonio, Fiorentino Emilio, Gambardella Francesco, Liquoro Gianfilippo, Miccio Gaetano, Miccio Sonia, Russo Antonino, Savino Simone.

Indizio dopo indizio gli Skuato Boys conquistano il forziere!